cambio direzione

voglio cambiare tante cose di me e della mia vita, alcune non potrò cambiarle nonostante il mio impegno, altre non le vorrei cambiare mai perchè non saprei rinunciarci e perchè hanno un valore inestimabile.
Simo n.1
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comunicazione in affitto

che fine farà la nostra professionalità? tutti coloro che hanno speso anni a lavorare nel settore della comunicazione e a costruirsi una carriera, un retreterra, semplicemente un’esperienza si potrebbe trovare nei guai per un nuovo modo di agire in questo settore che sta rivoluzionando il mondo.
Come al solito ogni difficoltà va intesa come opportunità: intanto leggete questo articolo di Francesco Verrina e poi potremo parlarne

Crowdsourcing: opportunità o impedimento per le agenzie di comunicazione?

C’era una volta l’agenzia pubblicitaria, luogo di culto, dove piccoli e grandi imprenditori si recavano in rispettoso
pellegrinaggio con la speranza di imbattersi nel santone di turno, le cui facoltà creativo-taumaturgiche avrebbero
presto illuminato il cammino dei consumatori.
La classica agenzia di comunicazione, così come l’abbiamo sempre vissuta o immaginata, forse in futuro non esisterà
più. La crisi ha già messo in ginocchio, ridimensionando, talvolta brutalmente, qualunque attività
«intermedia» Ciò significa che, oggigiorno, il poter saltare un passaggio, per una qualsivoglia impresa, costituisce
un mezzo risultato.
La Rete ci sta mettendo il carico da undici: nessuno porta più acqua al mulino degli studi creativi o delle agenzie a
sevizio completo, mentre il pubblicitario somiglia sempre di più ad un rabdomante alla ricerca di un rivolo che possa
consentirgli una minima sopravvivenza.
Da qualche anno, con un trend di crescita impressionante, è già in atto su web, un fenomeno definito
«crowdsourcing» (da «crowd», gente comune, e «outsourcing», esternalizzare). Tale fenomeno definisce
un modello di business in cui un’azienda richiede lo sviluppo di un progetto ad un insieme indistinto ed
ubiquamente distribuito di soggetti non già organizzati in un team, in una società o, come nel nostro caso, in un’-
agenzia di comunicazione, ma a degli autentici battitori liberi della creatività.
Un claim pubblicitario recitava: «Tempi duri per i troppo buoni!». In verità, i più cattivi hanno già smantellato
i pesanti apparati, licenziando, tagliando, vendendo immobili e trasferendosi in campagna, soprattutto tentando
commistioni impossibili.
Personaggi, un tempo appartenuti alla potente nomenclatura pubblicitaria della «Milano da bere», sono caduti sotto i
furenti colpi di un nuovo assioma, ossia «non sono più i consumatori a cercare il mezzo, ma è il mezzo
(e di conseguenza il messaggio) a scovare i consumatori».
Per i paleo-comunicatori, l’esigenza di dover cercare i consumatori altrove o intercettare nuovi mercati, sia pure
ob torto collo, potrebbe essere tollerata. Al contrario, il doversi misurare, non con dei competitors strutturati,
quindi localizzabili e prevedibili, ma con la galassia Internet, con il mare magnum della Rete, dove spesso il
pesce piccolo mangia il pesce grande, potrebbe produrre dei danni irreparabili al sistema nervoso centrale e periferico
della comunicazione commerciale; in compenso, come sta già accadendo, rischia di trasformarsi in una vera
opportunità, una manna dal cielo per le giovani agenzie, avulse da vecchi pregiudizi.
Inizialmente il «crowdsourcing» si basava sul lavoro di volontari che dedicavano il tempo libero a produrre
contenuti e risolvere problemi agli internauti (la community open source ne è un esempio); oggi, invece,
per le aziende rappresenta un nuovo modello di «open enterprise» e per i freelance workers la possibilità
di assoldare i propri demoni creativi al mercato globale.
Il gioco è semplice: se un cliente cerca il miglior creativo del mondo, non è detto che questi sia nella nostra agenzia.
In genere, per i pubblicitari, diventa traumatico ammettere che ci possano essere altri in grado di esprimersi meglio,
ma è tempo di fare di necessità virtù, al fine di non diventare obsoleti. E’ forse giunto il momento
di cercare il miglior pubblicitario del mondo, non nell’ufficio della porta accanto, ma nel mondo della Rete, dove
più mondi possibili s’incontrano, i linguaggi si mescolano, si evolvono e si compensano in una sorta di
esperanto globale. Si pensi alla straordinaria possibilità di avere non un solo copy-writer o art-design a disposizione,
ma migliaia, forse milioni.
Il «crowdsourcing» funziona come una specie di bando di gara della creatività. Si lancia una proposta, si accettano
le offerte e si vagliano le idee, quindi si sceglie e si paga (sulla base di un budget precedentemente fissato) la migliore,
o fra le tante, quella che piace al committente. L’agenzia si limita a un ruolo di mera «intermediazione».
Generalmente, coloro che partecipano all’asta creativa restano anonimi, mentre i meriti e il grosso del guadagno
vanno sempre all’agenzia promotrice. In fondo, le buone idee, una volta entrate in circolo, diventano patrimonio
dell’umanità. Perché non approfittarne?